CAPACITA’ GENITORIALE E VIOLENZA INTRAFAMILIARE SUL MINORE

 PREMESSA

Per capacità genitoriale si intende la capacità del genitore di capire e soddisfare i bisogni materiali, affettivi ed emotivi che ogni bambino esprime in ogni fase della sua evoluzione.

Ci sono purtroppo casi di dis-agio minorile in cui i bambini non riescono ad accedere, pienamente, al loro stato di figlio; le loro esigenze vitali di amore, cura, protezione, ma anche di separazione e individuazione vengono infatti disattese, mal-trattate, non riconosciute proprio all’interno della loro famiglia.

La posizione di figlio è disagevole perché la funzione genitoriale non trova espressione “sufficientemente buona”, il dis-agio ha una matrice generazionale, è al tempo stesso minorile, genitoriale e familiare.

L’ordine naturale viene sovvertito: le figure deputate alla cura e alla protezione del minore arrivano a danneggiarlo. Le carenze genitoriali possono manifestarsi lungo un continuum di gravità crescente, fino alla violazione dei diritti e della dignità del Figlio (del bambino, della Persona).

Nei casi più gravi la patologia del prendersi cura si esprime in varie forme di violenza intrafamiliare : la trascuratezza grave, il maltrattamento fisico ed emotivo, l’abbandono, l’abuso sessuale.

Se la vita affida i figli ai genitori, affinché possano traghettarli verso il futuro, è anche vero che questo percorso ideale talvolta non riesce a compiersi. Spesso i genitori disfunzionali non hanno, a loro volta, vissuto esperienze filiali appaganti. Non hanno potuto interiorizzare modelli di cure genitoriali amorevoli cui attingere nel rapporto con i propri figli.

I loro bisogni di figlio rimasti insoddisfatti, insaturi disturbano il rapporto con i loro bambini e impediscono l’assunzione di un ruolo genitoriale accudente perpetuando catene transgenerazionali di mal-trattamento e violenza.

Quanti a vario titolo operano nell’ambito minorile sono chiamati, nel rispetto delle esigenze di protezione dei bambini, ad offrire sia ai minori che ai loro genitori, delle esperienze di buon trattamento, che li aiutino a vivere con maggior agio l’essere figlio e l’essere genitore.

SEGNALAZIONE

Nei casi più gravi, quando un minore viene danneggiato proprio nel seno della sua famiglia, allora i Servizi dopo un’attenta valutazione della situazione, devono segnalare il caso alla Magistratura minorile e, ove necessario, a quella Penale.

 

INDAGINE

La Magistratura minorile incarica la polizia giudiziaria ed i servizi locali preposti di effettuare una indagine sul caso, in tutti i suoi aspetti medici, sociali e psicologici. In caso di accertato pericolo o elevato rischio dispone attraverso apposito decreto un allontanamento provvisorio del minore dalla famiglia, con collocamento presso una comunità di pronto intervento, da solo o unitamente alla madre, secondo la situazione.

Da questo momento i servizi territoriali sono investiti del mandato di protezione del minore e di verifica del processo di intervento.

Nei loro interventi dovranno tenere conto delle esigenze cliniche del bambino.

Infatti il bambino vittima di violenza all’interno della propria famiglia avrà bisogno di aiuti qualificati, di supporto quotidiano, perché non si senta solo ed isolato e superi passività e vergogna, presenti soprattutto nell’abuso sessuale.

Dal punto di vista giudiziario occorre sottolineare che la capacità di rendere testimonianza del bambino dipende dal grado di elaborazione del trauma. E’ perciò essenziale garantire al bambino adeguato sostegno e protezione al momento in cui viene richiesto di rendere dichiarazione circa il maltrattamento subito.

 

VALUTAZIONE

La Magistratura prescrive ai servizi la valutazione diagnostica delle capacità genitoriali, formulando una prognosi motivata di recuperabilità.

E’ questa una fase assai delicata: valutare significa individuare quali margini di recupero esistono per il ripristino di una capacità genitoriale sufficientemente adeguata, sia attraverso il sostegno sia attraverso il controllo.

Voglio spendere qualche parola per le situazioni in cui la violenza intrafamiliare ha come vittima, oltre il bambino, anche la madre.

La donna vittima di violenza è traumatizzata, ha visto minacciata la sua incolumità, denigrata la sua capacità di moglie, di madre, lavoratrice, ha vissuto situazioni familiari spesso drammatiche che hanno portato a far sì che le regole venissero stabilite dal partner violento, ha una bassissima autostima.

E’ fondamentale puntualizzare questo aspetto perché nel momento in cui si vanno a valutare le capacità genitoriali, bisogna tenere conto delle violenze subite dalla donna. In quel momento, le competenze genitoriali della madre sono fortemente compromesse, quindi la valutazione deve essere vista nel tempo, considerando che donna e figli subivano violenza e considerando gli effetti psicologici della violenza.

Il compito valutativo, pur essendo squisitamente clinico, si sostiene nell’interazione con il servizio sociale e con l’intera rete di servizi e agenzie sociali coinvolte nel caso.

Non ha obiettivi terapeutici, anche se opera per il cambiamento, in quanto è deputato proprio a verificare se la famiglia può uscire dalla negazione del problema ed iniziare ad assumersi responsabilità per il danno arrecato al figlio e accettare l’aiuto per capire e cambiare.

La valutazione della recuperabilità genitoriale si svolge in un arco di tempo che va dai 3 ai 6 mesi.

Obiettivo di questo lavoro non è solo valutare, ma soprattutto promuovere e favorire un cambiamento. In altri termini, l’obiettivo prioritario di questo intervento è il sollecitare una maggiore consapevolezza dei problemi, una motivazione al cambiamento e un avvio dello stesso. Molta attenzione è data alla costruzione di una alleanza che permetta sia l’avvio contestuale che il proseguo futuro di un lavoro terapeutico.

In questa tranche di intervento si verifica se il percorso di valutazione ha favorito una alleanza terapeuti-genitori, se essi hanno acquisito una sufficiente consapevolezza dei propri limiti e risorse, se sono motivati ad attuare un cambiamento e capaci di ricevere un trattamento che permetta loro di smettere di maltrattare.

Fare una prognosi significa anche esprimere delle valutazioni in merito a “quanto tempo”, “con che risorse” si ritiene di riuscire a far sì che i genitori raggiungano un sufficiente livello di competenza genitoriale.

 

TRATTAMENTO

Al delicato lavoro valutativo segue il trattamento dei genitori e del bambino, coerentemente con l’esito della valutazione, che può dar luogo a prognosi negativa o positiva.

In caso di prognosi negativa, la relazione genitori-figli risulta irrecuperabile, per cui il trattamento verterà sulla cura del danno subito dal bambino e sull’elaborazione e attuazione di un progetto individuale sul minore che preveda interventi quali adozione o affido sine die.

Si attivano sia il sostegno psicologico, sia delle risorse tese a costruire intorno a lui una diversa rete sociale, ricostruendo gradualmente la fiducia verso le figure adulte.

A mio parere, compito dei Servizi è fare in modo che questi casi siano il minor numero possibile e lavorare intensamente per la “cura “ della famiglia d’origine affinchè il bambino possa, quando è possibile, rientrare nel proprio nucleo naturale, o con il genitore che presenta sufficienti margini di recuperabilità.

Del resto, ciò è perfettamente in linea con l’orientamento della legislazione vigente, in particolare con la legge 149/01, che all’art. 1 dichiara il diritto del minore a crescere nell’ambito della propria famiglia.

In caso di prognosi positiva il trattamento è finalizzato, oltre che all’elaborazione del trauma e alla cura del danno subito dal bambino, alla cura ed al sostegno ai genitori e alla relazione genitori-figli, in vista di un progetto di rientro in famiglia.

Lavorare per il cambiamento della famiglia d’origine è un’esigenza fondamentale nel processo complessivo di tutela del minore.

Le risorse dei genitori vengono attivate, mettendo in atto interventi mirati per la specifica situazione che si presenta, in considerazione delle motivazioni che hanno determinato il fenomeno della violenza intrafamiliare.

Si può trattare di interventi di:

  • cura psicoterapica e/o farmacologica di uno o entrambi i genitori;

  • terapia di coppia o familiare;

  • sostegno psicologico individuale e di coppia;

  • ricovero in comunità di recupero;

  • supporto economico;

  • supporto educativo e sull’organizzazione familiare.

 

Ogni tipo di intervento contiene, come è intuibile, innumerevoli interventi. Tutti gli interventi, per essere efficaci, devono avere un comune denominatore.

Devono aiutare i genitori a diventare genitori competenti e per fare ciò è indispensabile che agiscano sulla storia personale, familiare e di coppia degli interessati.

Per cambiare la propria esperienza esistenziale è inevitabile apportare modifiche a se stessi e alle relazioni interpersonali.

Per aiutare i genitori naturali a fare tutto ciò, è evidente la necessità di interventi da parte dei Servizi sanitari, ad opera di professionisti esperti e qualificati.

Nei colloqui dello psicologo con il genitore violento, il livello fondamentale di analisi-lavoro è il suo rivisitare la propria infanzia, ritrovando significati emotivi e relazionali psicologicamente fondati e facendo contatto emotivo con il bambino che è stato e soprattutto con il dolore che non ha avuto la possibilità di sentire e che non è stato aiutato a contenere e a capire a suo tempo.

Il comprendere cognitivamente e l’incontrare emotivamente il bambino maltrattato e trascurato che lui è stato, lasciargli spazio per esprimersi, è il primo passo in questo processo di cambiamento. Il ritrovare il bambino che è stato, apre la strada perché lui possa ritrovare la bussola dei sentimenti e superare la sordità emotiva verso suo figlio.

In questi colloqui il rileggere in modo psicologicamente fondato la propria storia, implica anche lo sperimentare nella relazione con lo psicologo riconoscimento e accoglienza, vedere riconosciuti i propri bisogni insoddisfatti, le proprie paure, sperimentare nella relazione con lo psicologo l’esistenza di possibilità diverse di rapporto.

Spesso per queste persone questa è un’esperienza nuova, inevitabilmente connessa alla rivisitazione.

La Miller chiama questo lavoro “terapia di smascheramento” e afferma che “quando l’impotenza e la rabbia primitive saranno diventate un’esperienza cosciente, non sarà più necessario ricorrere al potere per difendersi dall’impotenza”.

A livello individuale ci si attende di incidere sia sulla sensibilità che sulla responsività del genitore, attraverso la promozione di una consapevolezza in merito alle strategie difensive e alle distorsioni del suo funzionamento mentale.

A livello di coppia sarà importante mettere a fuoco quale tipo di “collusione” tra i due genitori sostiene il maltrattamento.

A livello familiare ci si aspetta di comprendere ed interrompere i “giochi psicologici familiari” tipici del maltrattamento all’infanzia.

Nei casi in cui anche la donna sia vittima della violenza, è necessario un lavoro terapeutico che l’aiuti a superare il trauma e la sostenga nel recuperare il suo equilibrio psichico e in pieno le competenze genitoriali, compromesse dalle violenze subite.

Le mamme vittime di violenza si sentono insicure, in colpa e inadeguate perché non hanno protetto i loro bambini, oltre a non proteggere se stesse; spesso sono dovute scappare da casa e vivere in alloggi di fortuna, cambiare la scuola ai bambini, cambiare rete sociale.

 

Importantissimo il ruolo della Casa-rifugio, che offre in alcuni casi a madre e figli non solo uno spazio fisico dove rifugiarsi, ma soprattutto lo spazio mentale delle operatrici che ci lavorano, disponibili ad accogliere ed ascoltare la loro sofferenza, le loro rabbie e paure.

Le operatrici che vanno quotidianamente nella casa, devono poter usufruire di un frequente confronto con le psicologhe che seguono le madri ed i bambini ospiti.

L’operatrice dei bambini può servire come punto di osservazione e di supporto alla relazione madre-bambino. Soprattutto nel primo periodo dall’ingresso nella casa rifugio, è importante che la madre sia sostenuta nelle sue funzioni genitoriali, a volte aiutandola nell’accudimento perché ha bisogno di pensare a sé e alle proprie scelte sia come donna che come madre.

E’ importante che esse possano condividere con qualcuno l’accudimento dei bambini o anche solo l’ascolto delle loro emozioni e bisogni.

I figli spesso tendono a proteggere la mamma che è stata maltrattata ed è quindi più difficile che vadano da lei a raccontare le loro paure e preoccupazioni. C’è quindi bisogno di una particolare attenzione alla relazione tra la madre e il figlio. Questo lavoro, nel quotidiano, va effettuato in collaborazione con i servizi territoriali presenti.

Per concludere, è importante precisare che l’esito del lavoro di trattamento delle famiglie dipende non solo dalle caratteristiche, limiti e risorse, del genitore e della sua relazione con il figlio, ma dipende anche dalle risorse che gli operatori possono mettere in campo per promuovere il cambiamento, sia in termini di proprie risorse interne che in termini di risorse concrete.

A volte gli operatori nutrono aspettative così negative riguardo al cambiamento che esse, trasmesse attraverso mille messaggi impliciti, influenzano l’esito complessivo come profezie che si autodeterminano: in tal modo può succedere che non si favorisca alcuna evoluzione positiva.

Altre volte ci si attende dai genitori che essi esprimano una competenza ideale impossibile per loro, dimenticandosi che dei genitori devono essere soltanto sufficientemente buoni.

Il confronto con risultati attesi troppo alti può scoraggiare i genitori, soprattutto quando contestualmente non sono sufficientemente valorizzate le loro risorse o i loro sforzi.

Riguardo alle risorse concrete, in termini di tempo, personale, mezzi economici, esse sono purtroppo molto inferiori a quelle necessarie per un lavoro così delicato e complesso come quello sui casi di violenza intrafamiliare.

Dott.ssa M. A. Valenti




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